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La zecca di Lucca nella storia: una testimonianza di dodici secoli
La zecca di Lucca costituisce un caso pressoché unico nel panorama della numismatica: con i suoi dodici secoli di attività ininterrotta, infatti, l’officina monetaria toscana è una delle più longeve e ricche di storia dell’intera Europa. Dall’epoca dei Longobardi (VII secolo) fino a quella di Carlo Lodovico di Borbone (XIX secolo) la zecca di Lucca conia, infatti, oltre duemila tipi di monete, accettate e apprezzate in tutto il continente, veicolo di quella ricchezza che, suggellata dall’effigie del Volto Santo sull’oro e sull’argento, rende i mercanti e i banchieri lucchesi protagonisti della finanza e del commercio in Italia, nelle Fiandre, in Inghilterra nella penisola iberica e nelle lontane terre del levante. Nel XV e XVI secolo, dopo la dominazione pisana del XIV secolo, Lucca riesce a ripristinare appieno il proprio status di Repubblica indipendente, in grado di esprimere attività economiche e culturali fiorenti a dispetto della limitatezza del proprio territorio e della vicinanza della potente Firenze. La monetazione autonoma lucchese prosegue, fino all’insediamento dei principi Baciocchi ad opera di Napoleone all’inizio del XIX secolo. Ad essi, nel 1824, succede il Ducato Borbonico con il quale termina l’autonomia cittadina e viene sospesa, nel 1843, la plurisecolare attività della zecca.
 
Le prime emissioni:
I tremisse dalla metà del VII secolo fino all’anno 774 Lucca è dominata dai Longobardi che fanno coniare tremissi in oro con il nome della città accompagnato, talvolta, dal praenomen FLAVIA posto ad indicarne la dignità di sede regia e l’importanza politico-economica. Solitamente definite come emissioni semi-autonome, a causa dell’assenza di espliciti riferimenti all’autorità regia, i tremissi rappresentano comunque un’emanazione del potere centrale che esercita, sulla città come sulla sua moneta, uno stretto e continuo controllo.
 
Da Carlo Magno al Barbarossa: i denari:
Il denaro carolingio, vera e propria moneta unica europea, viene coniato anche dalla zecca di Lucca, a partire dalla fine dell’VIII secolo, secondo il sistema che prevede la divisione del pondus caroli (la libbra carolingia d’argento) in 240 denari di circa 1,7 grammi. Dopo Carlo Magno tocca a Ottone I (961-962) confermare alla città il diritto di zecca, che viene sfruttato fino all’inizio del XII secolo per inondare la penisola di denari di tipo enriciano apprezzati, in alcuni periodi, quanto i celeberrimi pavesi anche se, in seguito, rapidamente sviliti nel contenuto di fino. E’ del 1176, infine, il documento con cui Federico Barbarossa proibisce a Pisa di emettere moneta con la stessa effigie di quella lucchese, segno inequivocabile del prestigio raggiunto da quest’ultima nei canali commerciali
 
Il Volto Santo come sigillo di qualità:
Tredicesimo secolo: debutta il grosso lucchese recante l’effigie del Volto Santo, il misterioso crocefisso ligneo che, a Lucca, si venera come protettore della città. Confermato da Ottone IV il diritto di conio, Lucca approda al bimetallismo con il cosiddetto fiorino d’oro del San Martino, successivo di quasi un secolo al grosso d’oro emesso in pochi esemplari, già nel XII secolo. Da quel momento, e fino alla metà del XVIII secolo, il Volto Santo rappresenterà un vero e proprio marchio di qualità della moneta lucchese, facendola riconoscere e apprezzare ovunque.
 
La dominazione pisana:
Assoggettata dai pisani nel 1342, Lucca mantiene il diritto di battere moneta propria, seppure recante l’aquila ghibellina che troneggia su doppi grossi, grossi, sestini ed aquilini. Sul grossone, accanto al simbolo imperiale, il Volto Santo continua a ribadire l’identità sociale e culturale della città che, nel 1369, viene sciolta dalla signoria pisana con diploma di Carlo IV di Lussemburgo.
 
 
 


 
  
Scudo lucchese in argento del 1743 recante la celebre raffigurazione di San Martino
che porge il suo mantello al povero (43 mm)
 
 
 
La libertà recuperata: fiorini, scudi del sole e monete fantasma:
La guerra contro Firenze, combattuta all’inizio del XV secolo, pone Lucca in una situazione di grave emergenza economica dalla quale la città si risolleva solo attorno alla metà del secolo, quando l’attività di zecca riprende con continuità portando all’emissione di pregiata moneta in oro e argento, garantita dall’arma del maestro di zecca. Dal 1535 viene coniato lo scudo d’oro del sole che si affianca ai fiorini del San Martino e del San Pietro, allineando Lucca al nominale aureo più importante del tempo, l’ecu d’or di ispirazione francese. Nel XVII e XVIII secolo la zecca lucchese continua a battere per la repubblica e per i commerci con i paesi limitrofi, dando vita a bellissime monete come il santacroce da 15, le doppie e la quadrupla fantasma del 1748.
 
L’epoca di Elisa Bonaparte e Felice Baciocchi:
Con l’occupazione francese termina la secolare l’autonomia della Respublica Lucensis e si chiude, contemporaneamente, l’antica monetazione che lascia il posto a nuove emissioni prodotte nella zecca di Firenze. A Lucca, dopo secoli di scudi, barboni e panterini, sbarca il franco a base centesimale che continua a circolare anche in seguito, durante i governi provvisori che si succedono in città fino al 1817.
 
I Borbone e l’ultimo periodo della zecca:
Nel 1817 si insedia a Lucca, con titolo ducale, Carlo Lodovico di Borbone, figlio di Maria Luisa infante di Spagna. Nel 1826, finalmente, la zecca toscana riapre i battenti per produrre quattrini, mezzi soldi, duetti, soldi e doppi soldi per riprendere, nel 1833 anche le emissioni in argento con i 5 soldi, i 10 soldi, la lira (subito ritirata dalla circolazione) e le due lire. Questa è l’ultima moneta coniata a Lucca è il 1843, infatti, l’attività della zecca toscana cessa definitivamente, ponendo fine ad una monetazione durata ben dodici secoli.

 

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