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Monetazione barbarica e bizantina

Mentre nel mondo l’oro di Bisanzio era la base per gli scambi commerciali tra oriente ed occidente, e si affermava come moneta da tutti riconosciuta ed accettata, sul territorio italiano facevano la loro apparizione le serie monetarie degli invasori barbari. Queste monete altro non sono che un anello di congiunzione tra il glorioso passato di Roma ed il futuro periodo dei Comuni, e rappresentano certamente una fase storica travagliata e caotica.

Breve, composta di pezzi di modulo ridotto, e con raffigurazioni e simboli più suggestivi che artistici, la monetazione battuta dagli invasori barbari riconosce una teorica dipendenza dal lontano impero di Bisanzio, riproducendo talvolta l’effige dell’imperatore d’oriente, o addirittura abbinando il re barbarico all’imperatore d’oriente.
Di capitale importanza per la storia monetaria sono le monete dei Franchi che sostituiscono col monometallismo argenteo, introdotto da Carlo Magno alla fine dell’VIII secolo, la circolazione aurea precedente. Con l’introduzione di questo sistema, il "denaro carolingio", o "denaro imperiale", diventa la moneta corrente in buona parte della nostra penisola, anche a Lucca dove viene battuta secondo i modelli in voga.
Mentre Eruli, Goti, Ostrogoti, Longobardi, Franchi, Sassoni e Svevi coniavano monete in tutta l’Italia continentale, la Sicilia, conquistata nell’800 dai principi della dinastia araba Aglabida, ebbe prima come circolante la serie "cufica", così detta perché caratterizzata dalle leggende in caratteri arabi della città di Cufa (situata nella Turchia asiatica), e poi le emissioni dei principi normanni. Taluni di questi non disdegnarono di incorniciare simboli della religione cristiana entro leggende arabe.
Nel Lazio ebbero quindi corso, dall’ 801 al 972, le capostipiti della lunghissima serie papale. Questi "denari antiquiores" d’argento portano talvolta uniti il nome di un Papa a quello di un Imperatore, mentre altre volta la stessa figura del Pontefice è accomunata al nominativo del rappresentante dell’autorità imperiale.
Numerosissima, e quasi millenaria, è invece la produzione delle zecche bizantine (infatti, l’Impero Romano d’Oriente visse molto più a lungo rispetto a quello d’Occidente), tra le quali quelle italiane di Napoli, Ravenna, Roma, Sardegna e forse di Perugia. Gran parte del numerario per il commercio d’Occidente e d’Oriente è infatti fornito dall’oro bizantino, che può dirsi l’incontrastato dominatore del mercato fino all’epoca dei Comuni, che sorgono dal XI e dal XII secolo.
Questa sequenza può dirsi la vera erede della nobile tradizione romana. Iniziando dal 395 d.C., anno dell’avvento al trono d’Arcadio, essa giunge addirittura alle coniazioni di Costantino IX Paleologo, ultimo imperatore che battè moneta, finchè nel 1453, la stessa Costantinopoli cade nelle mani di Maometto II.
 
 
   
 
 
 

Costantinopoli – Solido d’oro di Arcadio risalente al 395-408 d.C. (4,2 gr, 22 mm)